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L’equo compenso è legge: a chi si applica

Approvazione definitiva della proposta Fdi-Lega per una retribuzione minima di tutti gli autonomi. Gli Ordini potranno sanzionare l’iscritto che accetta prestazioni al ribasso.

L’equo compenso per tutti i professionisti – almeno verso i grandi committenti e la pubblica amministrazione – è legge. È arrivata infatti oggi l’approvazione definitiva in terza lettura della proposta di Fratelli d’Italia e della Lega (prima firmataria la premier Giorgia Meloni) che riconosce a tutti gli autonomi il diritto a una remunerazione equa, adeguata «alla qualità e alla quantità del lavoro svolto».

Ieri la Camera ha avviato la discussione sulle linee generali del provvedimento, approvato già in seconda lettura dal Senato all’unanimità il 22 marzo scorso, mentre oggi c’è stato l’ultimo via libera. Un passaggio dall’esito scontato e tutto sommato molto breve perché Montecitorio doveva solo concentrarsi su un piccolo ritocco al testo: è stato infatti eliminato il riferimento a una norma del Codice civile sul rito sommario perché abrogata dalla riforma Cartabia e aggiornato il testo al nuovo rito semplificato per i giudizi sulle parcelle, validati dal parere di congruità dell’Ordine.

I professionisti coinvolti

La legge si applica a tutti i professionisti, sia quelli iscritti a un Ordine, che quelli appartenenti alle professioni non regolamentate (tra questi, ad esempio, gli amministratori di condominio, i tributaristi e i revisori legali). I primi per determinare un compenso equo faranno riferimento ai parametri indicati nei decreti ministeriali per ogni singola categoria, i non ordinistici dovranno attendere la messa a punto di valori di riferimento per la prima volta, operazione che la legge affida all’ex ministero dello Sviluppo economico (ora delle Imprese e del made in Italy). Ma solo gli avvocati potranno contare da subito su parametri appena aggiornati (in vigore da ottobre scorso). Le altre categorie hanno valori molto vecchi (alcuni anche di dieci anni fa) che tra l’altro non tengono conto di nuove competenze. Subito dopo l’approvazione quindi dovrà partire un grande lavoro di riscrittura e aggiornamento dei parametri, affidato agli Ordini e ai ministeri vigilanti. La revisione poi sarà biennale.

Il perimetro

Sono tenuti a garantire un compenso equo nei rapporti regolati da convenzioni tutte le Pubbliche amministrazioni e le grandi imprese. Queste in particolare devono avere almeno uno dei due requisiti:

1) Avere più di 50 dipendenti;

2) Presentare un fatturato annuo superiore a dieci milioni di euro.

Una prima ricognizione del Sole 24 Ore ha stimato in circa 78mila i soggetti pubblici e privati obbligati ad assicurare l’equo compenso. In particolare si tratta di 27mila pubbliche amministrazioni e 51mila privati. Per l’esattezza più di 33mila (su un totale che sfiora i sei milioni) sono le imprese private che superano il primo requisito, ovvero la soglia dei 50 dipendenti. Mentre per altre 35.165 l’equo compenso scatterà in base al fatturato .

Le sanzioni

La legge sull’equo compenso indica per quali clausole può scattare la nullità dei contratti tra professionista e committente, rilevabile anche d’ufficio. Oltre agli accordi basati su parametri non congrui, sono nulli anche tutti i contratti che prevedono l’anticipazione delle spese a carico del professionista o che vietano di prevedere acconti. Sanzionabile anche deontologicamente da parte dell’Ordine il professionista che accetta incarichi al di sotto delle soglie dei parametri.

 

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