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La chiusura del 2025 consegna alle professioni regolamentate un quadro fatto di interventi normativi avviati, obiettivi solo in parte centrati e criticità che si trascinano da anni. Tra riforme degli ordinamenti, responsabilità professionali e previdenza, il nuovo anno si apre con molte attese e alcune delusioni che restano sul tavolo.
Emblematica, in questo senso, è la lunga attesa per il regolamento sugli investimenti delle Casse di previdenza. Sono trascorsi quindici anni dall’entrata in vigore del decreto n. 98/2011, che prevedeva l’emanazione di un provvedimento governativo in grado di fissare regole e limiti per le operazioni finanziarie di un comparto che oggi gestisce un patrimonio pari a 125,1 miliardi di euro. Nonostante i ripetuti annunci, il testo continua a non vedere la luce.
Sul fronte delle riforme degli ordinamenti professionali, invece, il 2026 potrebbe rappresentare l’anno decisivo. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri nel settembre scorso, i disegni di legge delega iniziano il loro percorso parlamentare. I provvedimenti riguardano l’ammodernamento delle norme per le professioni sanitarie, l’Avvocatura, i commercialisti e un riordino complessivo di quindici ordinamenti. L’iter procede a velocità diverse: per la riforma forense il termine per la presentazione degli emendamenti correttivi in commissione Giustizia alla Camera è fissato al 9 gennaio, mentre la revisione generale degli statuti, sostenuta dal ministro del Lavoro Marina Calderone, appare pronta per uno sprint parlamentare. È già stata incardinata, sempre a Montecitorio, anche la riforma dell’ordinamento dei commercialisti, con la nomina dei relatori.
Resta invece ferma l’attesa per l’aggiornamento dei parametri utili alla determinazione dei compensi dei professionisti iscritti agli Ordini e degli autonomi riuniti in associazioni. In compenso, nel marzo scorso è diventata legge la proposta presentata dalla deputata di Fratelli d’Italia Marta Schifone, che interviene sulla responsabilità dei componenti dei collegi sindacali, legandone il “peso” all’emolumento annuo effettivamente percepito.
Il 2025 ha lasciato in eredità anche un irrigidimento nei rapporti tra professionisti e Pubblica amministrazione. Con la legge di Bilancio è stata approvata una norma che, dal 15 giugno, prevede il ricalcolo delle parcelle al netto di eventuali debiti fiscali in presenza di irregolarità. La verifica presso l’Agente della riscossione scatterà per qualsiasi importo, venendo meno la soglia dei 5.000 euro. La misura ha sollevato forti critiche da parte del mondo professionale: secondo il Consiglio nazionale forense si tratta di una disparità di trattamento rispetto ai lavoratori dipendenti, tanto da spingere l’Avvocatura a valutare profili di incostituzionalità.
Sul versante previdenziale, dopo una fase che sembrava preludere a una svolta – complice il cambio dei vertici nei ministeri dell’Economia e del Lavoro nell’estate del 2025 – l’iter del regolamento sugli investimenti delle Casse si è nuovamente arenato. L’uscita di una bozza contenente rigide previsioni sulle incompatibilità nella gestione patrimoniale ha incontrato l’opposizione dell’Adepp, riportando di fatto il dossier in una fase di stallo.
Infine, il tema delle aggregazioni professionali continua a dividere. I dati sui redditi e sui volumi d’affari del 2024, forniti dalla Cassa dottori commercialisti, confermano che l’unione tra professionisti premia sul piano economico. Tuttavia, il vantaggio si scontra con penalizzazioni fiscali che ne frenano la diffusione. Uno spiraglio potrebbe aprirsi se il governo dovesse dare seguito all’ordine del giorno approvato in Manovra, su iniziativa del deputato leghista Andrea de Bertoldi, che punta ad estendere le possibilità di aggregazione anche ai professionisti in regime forfettario.





